Dai misteri di provincia a quelli racchiusi nelle opere d'arte dove anche un delitto può essere un capolavoro. Stefano Tura intervista l'esperta di arte Lisa Laffi e il giornalista Roberto Rossi che affrontano per la prima volta il mondo noir.

«La regola del tre secondo la quale in paese non si muore mai da soli ma tre alla volta», così spiega il titolo del suo primo thriller Roberto Rossi, giornalista umbro, già in libreria con l’inchiesta Bidone nucleare. La regola del tre è una storia appassionata e appassionante dal sapore tutto umbro che si snoda tra le stradine di Montone e quelle di Perugia.

Il libro Il thriller accompagna il lettore, al ritmo di colpi di scena, in un viaggio travolgente dentro i lati più oscuri delle relazioni e dei sentimenti umani. «Con questo libro ho voluto esplorare campi nuovi per me e lasciare qualcosa a mio figlio – racconta l’autore ai microfoni di Umbria24 – Per questo ho deciso di ambientare la storia a Montone, che è il mio luogo del cuore, la casa dei miei nonni e dei miei genitori». Dalla cittadina quindi prende il via la storia che si snoda intorno alla morte di don Lucio Bessa, parroco della comunità, brutalmente assassinato, e all’incidente stradale di Santo Bianconi, giornalista della Gazzetta dell’Umbria, mandato fuori strada mentre indagava proprio sul caso Bessa. Spetterà a Domenico Montemurro, ispettore della questura di Perugia, con l’aiuto dell’agente Nicola Russo, l’arduo compito di dipanare la matassa cercando di far luce su quella che, inizialmente, sembra essere la storia di un “angelo della morte”: un’infermiera che condanna a morte i malati terminali. Per Montemurro, Santo, è come un fratello e la ricerca della verità dietro l’incidente dell’amico si intreccia con la frantumazione della sua vita privata.

I temi Amore, amicizia, gelosia e vendetta, sono solo alcune delle emozioni che Roberto regala al lettore. La regola del tre è in commercio dal 17 settembre ed è stato presentato a Perugia il 19 ottobre alla libreria Feltrinelli e a Montone sabato 2 novembre al teatro San Fedele. «La regola del tre nasce da un immaginario collettivo condiviso da tutti i piccoli paesini e non solo da Montone: o non muore nessuno o ne muoiono tre» spiega l’autore. Sullo sfondo delle misteriose morti di cui il romanzo è disseminato emerge anche il tema della fede, inquadrata in due aspetti: sia quando perde la sua dimensione spirituale ed umana e si trasforma in elemento di potere e vendetta nelle mani dell’assassino; sia come richiamo laico ad un aspetto spirituale e più umano incarnato dalla comunità religiosa dei Biribini di Montone, una comunità di protestanti esistenti da circa un secolo con una storia di persecuzione già durante il fascismo, anche loro protagonisti di una strage, nel romanzo, ma capaci, alla fine, del perdono.

Roberto Rossi esordisce con un libro di forte impatto, che cattura subito l’interesse del lettore, giocato tra misteri, suspense e omicidi efferati.

Spense il motore e la radio. Aprì lo sportello, e il silenzio lo avvolse. Con il buio e senza gli schiamazzi delle comitive, la Rocca gli apparve come un luogo tetro e ostile. Si guardò intorno e fu assalito da una sensazione di vuoto. Era solo. Lui e il niente.

Siamo sull’Appennino Umbro, a Montone, in un caratteristico borgo dalla tipica atmosfera medievale.

Qui, a morire per primo è don Lucio, il parroco del paese.

Lo scenario che l’Ispettore Montemurro si trova davanti, più che un atroce delitto, sembra un’esecuzione in piena regola.

Sarà poi la volta di un conte e poi di un giudice; mentre l’intricatissima indagine procede, ci sarà un susseguirsi di spaventosi omicidi che sembrano di origine religiosa.

Il modus operandi del serial killer, infatti, è caratterizzato dal lasciare dopo ogni omicidio un messaggio a sfondo biblico.

La trama appare intricata e contorta; nel suo fluire si scoprirà che tutto ebbe inizio quarant’anni prima, con la carneficina di una famiglia: madre, padre e la loro piccola bambina.

Solo il figlio maggiore si salvò.

«Sì, il delitto è avvenuto qui» rispose Saponara, indicando le macchie scure a terra. «Don Lucio era arrivato quassù con il suo motorino. L’abbiamo trovato proprio qui fuori. Un Boxer Piaggio verde.»

La storia è intensa, l’atmosfera inquietante e tenebrosa, tanto da insinuarsi nella mente del lettore e travolgerlo.

Attraverso le pagine del libro si scopre che gli omicidi sono legati a tradizioni medievali, risalenti addirittura all’epoca dell’Inquisizione; quindi, con scenari cruenti descritti minuziosamente ed episodi macabri particolareggiatamente narrati.

«Secondo te perché uno dovrebbe crocifiggere un uomo per poi cospargetelo di cherosene?»
«Rabbia» fu la risposta di getto dell’agente.

I personaggi sono numerosi, ma ognuno di loro rappresenta un tassello utile ai fini della storia, nessuno escluso.

I loro nomi e i soprannomi sono essenziali per poter seguire la vicenda.

Forte di una struttura complessa ma perfettamente narrata, la trama si dipana a poco a poco, svelando esecrabili segreti.

Rossi tiene un ritmo serrato e coinvolgente, attirando l’attenzione del lettore con colpi di scena sapientemente architettati che tengono alta la tensione.

E la fiamma arse finché divenne fuoco. E il fuoco si convertì in rogo. E il rogo si trasformò in pira.

La “regola del tre”, questa maledizione secondo la quale non si muore mai da soli, ma almeno tre alla volta, inserisce un fattore di superstizione che pervade tutta la storia, rievocando paure ataviche mai sopite e la superstizione profonda e inestirpabile a essa collegata.

Le interconnessioni tra i personaggi sono spinose e complesse: una combinazione di amicizia e odio, gelosia, verità crudeli da scoprire, vendetta e amore.

«Don Lucio non sarà il solo.» disse allora l’edicolante. «Ce ne saranno altri. E’ la regola del tre» aggiunse facendo gorgogliare la voce.  «E’ il castigo che affligge questo paese da quando massacrarono i Feligetti. Da allora, Dio punisce chi imbratta il suo nome. Tre alla volta.»

La prosa dell’autore è icastica e suggestiva, capace di rappresentare sia i luoghi che le personalità dei protagonisti. L’epilogo? Dovrete arrivare alla fine del romanzo e lo vorrete scoprire il prima possibile.

Cosa mancava adesso? Una ragione, si disse. Doveva solo capire il perchè. Perché tutta quella ferocia? Cos’era a muovere le leve di quella rabbia? Vendetta, si disse. Una vendetta tremenda.

In un pittoresco paesino ai piedi dell'Appennino umbro è stato compiuto l'omicidio di don Lucio Bessa, il parroco della città. Ad annunciarne la morte una macabra scritta rossa sul portone della sua chiesa, nella località di Montone. Come se non bastasse, qualche giorno dopo un giornalista della Gazzetta dell'Umbria, Santo Bianconi, viene mandato fuori strada e finisce in coma: era impegnato a indagare proprio sull'omicidio di Bessa. È qui che entra in gioco l'ispettore della questura di Perugia, Domenico Montemurro, che non solo si fa carico delle indagini ma deve anche fare i conti con il lutto di Bianconi, che per lui era come un fratello, e con una vita privata sottosopra. A un certo punto gli omicidi appaiono, al protagonista e al suo aiutante, l'agente Nicola Russo, come vere e proprie punizioni divine e richiamano alla memoria un'antica maledizione: in paese non si muore mai soli, ma tre alla volta. In questo noir edito da Marsilio, l'esordio di Roberto Rossi intreccia superstizioni e atmosfere popolari della provincia italiana. La prima indagine di Montemurro trascina i lettori in un thriller che non manca di indagare anche i meandri più profondi dell'animo umano: amore, amicizia, gelosia, vendetta.

C'è un ispettore e c'è anche un giornalista. Quest'ultimo però quasi subito rischia di uscire di scena: guida la sua auto, quando viene deliberatamente tamponato e finisce fuori strada.

Passerà i suoi giorni in ospedale: prima in coma e poi in lieve ripresa. I due sono amici: arrivano da Taranto, la città dei due mari dove l'Ilva era la soluzione (occupazionale) ma anche la condanna. E loro sono scappati da li per arrivare in Umbria. Tra Montone, Umbertide e Perugia

Roberto Rossi - al suo debutto nel giallo - riesce a ordire un intreccio in cui la scia del sangue, almeno inizialmente è mal interpretata. Il primo a morire è un prete, don Bessa. Che si porta nella tomba tanti segreti e un passato tutt'altro che irreprensibile, scomodo per un uomo di chiesa. Vicino alla scena del crimine c'è una scritta rossa che rimanda invece alle Sacre Scritture.

Tocca all'ispettore Domenico Montemurro (con l'amico giornalista Santo Bianconi in ospedale) mettere in fila gli avvenimenti per provare a risolvere un puzzle avvincente, perché niente è come sembra. Non sembra - e un paio di elementi lo lasciano pensare - che in circolazione ci sia un angelo sterminatore, in grado anche di portare la dolce morte a chi non ha più speranze di vivere. La provincia con i suoi notabili, con una rete intricata di rapporti, mano a mano fa affiorare il rimosso (che non è po-co, anche in una terra placida come l'Umbria). C'è spazio pertino per i biribini: chi erano? Tacciati di essere degli eretici, spuntano in questo giallo come un'ombra lunga. E trovare l'unica mano dietro ai delitti sarà un impresa davvero difficile.

Venerdì 18 ottobre ho fatto una lunga intervista con Roberto Festa di Radio Popolare per discutere del mio primo romanzo, "La Regola del Tre", che naviga attraverso le acque turbolente del thriller, ma con un approccio decisamente rinnovato e radicato nel panorama italiano. Durante l'intervista, abbiamo esplorato vari aspetti del romanzo, dal suo protagonista, Domenico Montemurro, alla vitalità dei romanzi di genere e al loro significativo cambiamento nel tempo, fino all'importanza della provincia italiana come sfondo per le narrazioni di thriller.

Domenico Montemurro non è il classico eroe dei thriller che si potrebbe aspettare. Proviene dalla tranquilla provincia italiana, lontano dai soliti scenari metropolitani caotici e oscuri che spesso popolano le pagine dei gialli. Nel raccontare la sua storia, "La Regola del Tre" sfida le convenzioni, proponendo un personaggio principale profondamente umano, le cui radici profonde nella realtà provinciale aggiungono un ricco strato di autenticità e complessità al racconto.

Il cambiamento nei romanzi di genere è palpabile e si riflette chiaramente nel modo in cui "La Regola del Tre" si avvicina alla narrativa thriller. Nel corso dell'intervista, abbiamo discusso di come, negli ultimi anni, i thriller abbiano iniziato a incorporare temi più vari e a esplorare dinamiche sociali e culturali più complesse, spostando spesso la lente d'ingrandimento dalle grandi città al più intimo e intricato tessuto delle piccole comunità.

L'importanza della provincia italiana, in particolare, emerge come un fulcro vitale nel mio libro. Quest'area, spesso trascurata nelle narrazioni più commerciali, offre una cornice unica e affascinante che arricchisce la storia, fornendo nuove angolazioni e sfide per il protagonista. La provincia diventa così non solo un semplice sfondo, ma un personaggio a sé stante, vivido e influente, che interagisce con gli eventi del racconto e ne modella le dinamiche.

L'intervista è nel link dal minuto 31'.

Santo Bianconi e Domenico Montemurro detto Mimmo sin da ragazzi hanno condiviso risse, dolori e furti nell'inferno industriale di Taranto. Poi sono andati via e lustri dopo si ritrovano a Perugia. Santo è il cronista di punta della Gazzetta dell'Umbria, Mimmo è ispettore della Questura. Accade che il primo, il giornalista, finisce in coma. Un incidente stradale, in apparenza. In realtà qualcuno ha speronato la sua auto, che poi è ruzzolata per una scarpata. Bianconi stava indagando sull'omicidio splatter di un prete gay, parroco di Montone, un borgo medievale a quaranta chilometri da Perugia.

DON LUCIO BESSA, questo il suo nome, è stato attirato alla Rocca d'Aries, un maniero maledetto dell'anno mille, squartato con un grosso coltello e dato in pasto ai cinghiali. Il delitto è stato annunciato da un versetto dell'Antico Testamento. Dal libro del Deuteronomio: "E il tuo cadavere diventerà pasto di tutti gli uccelli del cielo e delle bestie selvatiche e nessuno li scaccerà". Ovviamente, con Bianconi fuori gioco in ospedale, toccherà all'amico Mimmo, con l'aiuto dell'agente Nicola Russo, venire a capo del mistero, fatto di altri omicidi cruenti (tra crocifissioni e roghi), firmati con ammonimenti biblici, e malati terminali uccisi da un'infermiera giunonica. L'origine dell'enigma sembra essere una strage del maggio 1981, rimasta senza colpevoli: una famiglia di contadini (genitori e figlia) prima trucidata e poi bruciata. Erano protestanti, non cattolici. La regola del tre è il trascinante esordio noir del giornalista Roberto Rossi, già Repubblica e Unità. Il pregio maggiore è quello di confondere il lettore sino all'epilogo con una trama complessa a più livelli e che s'intreccia con la vita privata di Montemurro, un detective solingo e dannato, che accende una sigaretta dopo l'altra e che la sera va a puttane (anche in auto). Bianconi è il suo alter ego buono (a voi scoprire il perché).

Fabrizio d'Esposito

Estratto..

... "La regola dei tre" di Roberto Rossi è un thriller avvincente che cattura subito l’interesse del lettore, intriso di misteri e suspense. La storia si svolge nel suggestivo scenario di Montone, un caratteristico paesino nell’Appennino umbro, e inizia con un elemento destabilizzante: la minaccia di un omicidio ai danni del parroco, don Lucio Bessa, preannunciato da una scritta rossa che suggerisce oscuri destini... È intrigante scoprire nuovi autori italiani di talento. Il genere giallo ha prodotto figure meritevoli che si sono distinte con idee originali e personaggi complessi, ciascuno con le proprie fragilità e motivazioni, arricchendo la narrazione non solo sul piano investigativo, ma anche sotto il profilo umano.

Roberto Rossi offre uno stile ricco di immagini evocative e dialoghi incisivi, catturando l’attenzione del lettore, mentre i colpi di scena sono sapientemente orchestrati per mantenere alta la tensione fino all’ultima pagina. C’è un’atmosfera inquietante e tenebrosa che riflette le tensioni e i conflitti di una comunità isolata. Le interazioni tra i personaggi sono complesse e sfumate, un connubio di amore, amicizia e gelosia, accentuato dalla presenza di una maledizione locale che afferma che nessuno muore mai da solo. Questa "regola del tre" introduce un elemento di superstizione che permea la storia, rispecchiando le paure ancestrali e le credenze profonde in essa radicate. ...

Andrea Turetta

Umbria: in un piccolo comune di collina avvengono omicidi che sembrano rispondere a una regola ricorrente, come se i delitti avessero una propria implicita e motivata ragione. È questo enigma combinatorio che gli investigatori devono sciogliere, sondando a fondo persone, fatti, racconti, consuetudini; e soprattutto prestando attenzione.

Come i giudici della Colonna infame di Manzoni che «avevan furia», anche l'ispettore Montemurro della questura di Perugia ha «fretta» di risolvere il caso efferato, di «arrivare a una soluzione, qualunque essa fosse». La chiave sta invece nell'ascolto paziente delle cose, nel rilievo e nell'interpretazione lenticolare delle tracce, nel lucido raccordo tra presente e passato, nell'illuminante interrogazione degli oggetti: che devono coniugarsi con la traballante esistenza quotidiana, le incertezze sentimentali e famigliari, il bisogno di pace.

Ogni indagine solleva il velo su quel mondo sotterraneo col quale abitualmente conviviamo e che tendiamo a non volere vedere, spesso per troppa superficialità e precipitazione, talora per interesse e malizia. È soprattutto su questo universo insieme noto e oscuro che si concentra il romanzo di Rossi, alla ricerca di una e di più verità, secondo un principio di moltiplicazione che risulta persuasivo in parecchie direzioni. Le anomalie storiche e religiose si intrecciano e segnano diversi destini individuali, le disuguali condizioni sociali aprono squarci di sfruttamento e di conflitti che lasciano ferite difficilmente medicabili, la corruzione e l'arroganza perpetuano poteri che paiono inscalfibili.

Nel basilare corpo a corpo con la realtà, insieme a quella dell'ispettore Montemurro spicca la figura ariostesca dell'agente di polizia Nicola Russo, complementare e decisivo nello scioglimento dei misteri che attanagliano da decenni il paese di Montone.

Dalla sua ardua e sommersa ricerca di identità personale deriva «quella capacità di nascondersi» da cui scaturisce «una profonda empatia per la sofferenza altrui»; grazie alla quale «aveva compreso cosa significasse vivere nell'ombra, camuffarsi per la paura di essere giudicati. Aveva imparato a fingersi un altro».

Nello svolgimento della narrazione il percorso liberatorio dall'ombra alla luce caratterizza non solo la sua crescita soggettiva ma quella di un'intera comunità.

Gino Ruozzi

Copyright © 2026
linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram